Il mito della letteratura western


Il llano si stende fin dove l’occhio può arrivare. Ma se hai lo sguardo allenato o possiedi il dono miracoloso di Augustus “Gus” McCrae, allora se lo lasci scivolare lontano quello sguardo, oltre il grande nulla del chapparal costellato di rade macchie di mesquite e oltre gli arroyo orlati dai cespugli di artemisia e ben oltre lo spiazzo sabbioso abbacinato dal sole di un mezzogiorno da sud del Texas dove razzolano i maiali grigi che si contendono quel che resta di un grosso serpente a sonagli, oltre il corral scalcinato della Hat Creek Cattle Company, oltre la baracca di adobe che offre riparo alla piccola fonte d’acqua, oltre la strada deserta e la decina di catapecchie, saloon e chiesa compresi, che si sono assegnato il nome pomposo ed irrealistico di Lonesome Dove, se il tuo sguardo riesce a superare tutto questo dicevo, allora puoi anche sperare di vederli, intuirli più che altro, sulle piste che portano a Ogallala o a Matagorda, o sui sentieri che conducono all’AdobeWalls o a Fort Worth.





Lo stesso Gus potrai vedere, e il capitano Woodrow Call assieme al fido Pea Eye, e ancora lo scout nero Deets e il ragazzo Newt, il cowboy Dish Boggett e il baro assassino Jake Spoon, il biscazziere Xavier e il pianista Lippy, lo sceriffo July Johnson e il vice Roscoe, i due cuochi messicani Bolivar e PoCampo e la banda scalcagnata dei fratelli Suggs, il comancheros rapitore di bambini Blue Duck e Janey, la ragazza che caccia i conigli.









E infine, se guardi davvero bene, potrai vedere anche lei, Lorena, Lorey, la puttana bellissima ed innocente, pura come un sogno di San Francisco e dura come una tempesta nel bel mezzo del brush che attraversa, riempiendole di sé, le poco meno di mille pagine di questo “Lonesome Dove” e del suo seguito ideale “Le strade di Laredo” (altre cinquecento pagine dense di personaggi e delle loro storie, il güero Joey Garza biondo e dagli occhi come ghiaccio e assassino per noia, per diletto e per destino, il nativo Kickapoo Famous Shoes che sa leggere le tracce meglio di chiunque anche degli apaches, la messicana Maria, madre di Joey, che tutti gli uomini vorrebbero avere accanto; e poi, e ancora, assassini crudeli come MowMow, il bruciacristiani e il cherokee Jimmy Cumsa, lo Svelto, o pistoleri impantanati nella ricerca della propria dissipata grandezza come John Wesley Harding o vere leggende del west come il giudice Roy Bean, l’unica legge all’ovest del Pecos, o come il colonnello Terry padrone delle ferrovie e della vita dei suoi impiegati) di Larry McMurtry.





Mille e cinquecento pagine ad affrescare con i rivoli delle infinite storie terrene di un’umanità composita e dolente, la fine di un’epoca, trascinandoci in un’odissea picaresca e desolata attraverso le grandi pianure in cui i protagonisti avranno come unica, ineluttabile, compagna la morte.





Mille e cinquecento pagine a rinverdire, si fa per dire, il mito della letteratura western.





Si fa per dire, sì, perché il mito è sempre rimasto lì, appannaggio dei grandi scrittori (da non perdere tradotti in italiano negli ultimi anni almeno “Tutti i racconti western” di Elmore Leonard, “Il figlio” di Philip Meyer, la “Trilogia della frontiera” di Cormac McCarthy, “Paradise sky” di Joe R.Lansdale, “Butcher’s crossing” di John Williams, “Arrivano i Sister” di Patrick DeWitt) che rifuggono le facili mode del momento e la ricerca del sacro Graal della letteratura, quel G.R.A. (il Grande Romanzo Americano) che risponda alla definizione data da John William DeForest nel 1868 “… the picture of the ordinary emotions and manners of American existence …”. Molti gli autori, anche fondamentali, anche vincitori di importanti premi e detentori di riconoscimenti altisonanti che, nel corso degli anni, sono stati presi in considerazione per l’ambito, virtuale, titolo di scrittore del G.R.A.; si va, per stare ai soli contemporanei, da Philip Roth a Saul Bellow, da Don DeLillo a Kurt Vonnegut, da Paul Auster a Jonathan Franzen a David Foster Wallace. Nessuno di loro, però, è riuscito ad incarnarne al meglio lo spirito e a definirne in maniera univoca l’essenza.









A noi, tornando a Larry McMurtry e al suo “Lonesome Dove” del 1986, così cinematografico (a testimoniare la grande affinità dell’autore alla più americana delle arti basterebbe citare i grandi successi tratti da suoi romanzi: si va da “Hud il selvaggio” di Martin Ritt con Paul Newman a ”L’ultimo spettacolo” di Peter Bogdanovich, da “Voglia di tenerezza” con Shirley McLaine, Jack Nicholson e Debra Winger a “I conflitti del cuore” sempre con la Mclaine, Juliette Lewis e Miranda Richardson per non parlare della sceneggiatura, premio oscar nel 2006, de “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee con Heath Ledger e Jake Gyllenhaal) nella sua scansione spazio/temporale, così iconicamente affine a tanta letteratura moderna americana e non, così ironico e drammatico, leggero e filosoficamente corposo, storicamente attendibile e romanticamente poetico, verrebbe da spostare la questione: non tanto sul quando, ma sul se.





E se il Grande Romanzo Americano fosse già stato scritto? E se fosse un western?


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