Onore
alla Fortitudo
(che ha dominato il proprio campionato, campionato che, al netto delle
avversarie alle volte di pochezza imbarazzante, facile non è e che, in
sovrappiù, si è annessa la finora inedita finalina da ne resterà una sola con la VirtusRoma vincitrice asfittica
dell’altro versante), ma onore ancor più grande alla Virtus (Bologna questa
volta) che ha stravolto ogni pronostico ed ogni gerarchia andando a prendersi
in trasferta, prima a riuscirci nella storia ancora imberbe della competizione,
quella Basketball Champions League
che negli intendimenti della gran casa madre, la FIBA, dovrà appaiarsi, se non
sostituirsi, in tempi ristretti alla Euroleague,
la balena bianca che riempie gli incubi ed i progetti dei componenti il gran bord con sede a Monaco di Baviera.
Adesso
però che hanno adempiuto al proprio dovere, la F, o scavalcato le proprie
possibilità, la V (già sento le prefiche alzare il proprio lamento “… ecco che ci siamo, il solito bolognese
che sente odore di tappo anche nello champagne più pregiato …”), è già
tempo, più che di analisi e conclusioni, di futuro.
Ma
come, nemmeno il tempo di festeggiare le bacheche finalmente riaperte, di
assaporare e celebrare in toto le imprese appena compiute, che già c’è chi
pensa ad azzerare il tutto per ricominciare?
Pur
non volendo in alcun modo misconoscere o sminuire l’importanza dei risultati
raggiunti dalle due formazioni di BasketCity (per una volta sì, diciamolo senza
vergognarci e a piena ragione), è già ora, infatti e per entrambe, di pensare
seriamente al ciò che verrà.
Partendo
con l’analizzare la Virtus (noblesse oblige)
il raggiungimento dei playoff, lo avevamo già affermato in tempi non sospetti,
non lo abbiamo mai ritenuto un obbiettivo fondamentale per la crescita e
l’affermazione della squadra anche se, ce ne rendiamo conto, dal punto di vista
del tifoso puro e semplice rientrare nel novero delle prime otto del campionato
avrebbe potuto essere inteso come un avvicinamento allo status di grandeur di un tempo. Personalmente però,
e ritenendo in ogni modo la squadra costruita male e deficitaria sotto alcuni
aspetti fondamentali (in primis la lampante mancanza di atleticità), abbiamo
sempre pensato che conquistare un ottavo posto buono solo ad offrirsi vittima
sacrificale nella serie con una Milano assai più lunga, grossa e, vista la
fallimentare stagione giocata finora, motivata, fosse inutile e forse dannoso
per la crescita dell’autostima di un gruppo che, seppur in minima parte
confermato, almeno crediamo, dovrà la prossima stagione effettuare il vero
salto di qualità.
La vittoria folgorante nella Champions, poi,
invece di contraddire l’assunto appena esposto, non fa che radicarci ancor più
nelle nostre convinzioni.
La
squadra è stata pensata e costruita male, corta piccola e leggera, con un tasso
qualitativo dei singoli anche alto, ma difficilmente amalgamabile da, appunto,
singolo ad insieme e quindi soggetto a sbalzi di rendimento che non
garantiscono la continuità necessaria in una serie lunga di partite ad
altissima tensione, anche fisica, come sono quelle di playoff. Per dire: la Virtus di quest’anno ha vinto partite
difficilissime (il quarto di CoppaItalia contro Milano, le due partite della
FinalFour di Anversa) ma sempre e solo partite singole, perdendosi spesso e
volentieri nelle pieghe di un campionato lungo e stressante come quello
italiano che richiede invece continuità di rendimento fisico, tecnico e,
soprattutto, mentale. Meglio, molto meglio quindi, avere un mese e più di tempo
per impostare la prossima stagione. Riuscendo, il tempo non andrebbe sprecato,
a portare a compimento, si spera definitivamente, il ribaltone societario che
dovrà garantire in futuro stabilità, credibilità e competenza tecnica
nell’allestimento e nel mantenimento della squadra che verrà. Squadra che ha
poche ma buone fondamenta da cui ripartire, intendiamo lo zoccolo costituito da
Cournooh, BaldiRossi e, se accetterà un ruolo defilato rispetto a quello fin
qui ricoperto, capitan Aradori mentre degli stranieri l’unico da confermare senza
indugio ci pare Kravic (che mostra, a prescindere dal buono già dimostrato,
ampi spiragli di crescita); degli altri, se non si troverà di meglio sul
mercato nei rispettivi ruoli, si potrebbe anche ripensare ai vari Taylor, Mbaye
e Martin (anche se tutti e tre molto sottodimensionati rispetto ai pari ruolo
in compagini di alto livello). Il resto, e può parere un controsenso parlando di
Punter, l’MVP della Champions vinta da capobranco per il secondo anno
consecutivo, e cioè guardia, ala piccola e centro titolari e almeno un’ala grande
atletica e grossa che possa giocare anche minuti da cinque nonché un cambio del play che possa essere considerato un
secondo titolare senza possedere l’ingombrante grandezza decaduta di Chalmers
(ormai, per quello che si è visto, un ex giocatore, ma che classe comunque),
andrà trovato sul mercato (e avere tempo per muoversi per tempo non ci sembra
questa così brutta notizia).
Un
ultimo pensiero, infine, va doverosamente rivolto a coach Djordjevic,
grandissimo play del tempo che fu, discreto allenatore oggi ancora tutto da
scoprire, ma che ha dimostrato una volta di più come il basket, in fondo, sia
un gioco facile se lasciato a chi il basket lo conosce per averlo vissuto e non
per considerarlo nulla più che un ramo d’azienda.
La
Fortitudo
adesso. Che ha fatto, meravigliosamente, ciò che doveva e che tutti si
aspettavano da lei: dominare il proprio raggruppamento sfuggendo con la sua
banda di anziani corsari a ciò che tutti paventavano (e cioè il prosieguo della
stagione con gli interminabili e crudeli playoff). Bravi, bravissimi sono stati
tutti, i vecchi marpioni (Rosselli, Cinciarini, Mancinelli), i due stranieri di
cui si conoscevano pregi e difetti ma che questi ultimi hanno superato (Leunen
e Hasbrouk), i giovani in rampa di lancio (Fantinelli, Pini) i peones
sconosciuti ma funzionali (Sgorbati, Benevelli, Caputo) fino all’inutile ed
impalpabile (ma al cuor non si comanda ed è il bello dello spirito fortitudino,
non dimenticare mai nessuno), Delfino.
Anche
in questo caso l’ultimo cenno va al coach, Antimo Martino, capace di cavalcare
i sentimenti di tutto un popolo con sagacia, preparazione e realismo. E con lui
non si può dimenticare il gran lavoro svolto da Marco Carraretto, l’uomo che ha
pensato la squadra, non a caso un uomo, e che uomo, di basket giocato e vinto.
A
loro due, Martino e Carraretto, il compito più arduo: ricostruire, per una
volta si spera lasciando al bando i sentimentalismi inutili, la squadra
salvando, di questa, non più di quattro o cinque giocatori e dovendo inventarsi
tutto il quintetto.
In
ogni caso, e comunque, un consiglio: attenti tutti, le streghe, bolognesi, son
tornate.
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