Ospite


Un
invito di due giorni. Agli sgoccioli del secondo, l'amico ha chiesto se si può
trattenere anche per il fine settimana. Ne vuole approfittare per vedere ancora
alcune cose, c'è una mostra interessante in giro, degli acquisti da completare,
e poi la primavera è bella in qualsiasi città se per un po' non si ha niente da
fare. Desidera ricambiare: ospiti a casa sua la prossima estate. Abita al mare
dove ci si era conosciuti. Il tutto a saldo di una vecchia amicizia alimentata
per anni con qualche telefonata di auguri e con una assidua frequentazione sui
social. Poi, con l'occasione di una visita medica o di un colloquio di lavoro
fuori regione, in un mese anonimo si è ricevuta una telefonata. L'opportunità
di rivedersi è stata trasformata in un invito: “vieni a casa mia”.





Il
primo giorno è andato tutto bene. Si sono riepilogate le cose fatte
“dall'ultima volta” scandendo ad alta voce la sceneggiatura dei principali
eventi già pubblicati su Facebook. Praticamente, una seconda edizione riveduta
e corretta della propria vita. Si ha anche un'infarinatura dei rispettivi
amici, così non occorre disperdersi in pettegolezzi sbagliando l'intreccio di
nascite, fidanzamenti, rotture e avanzamenti di carriera. La conversazione si
brucia in fretta. Avanza molto tempo. “Sei sempre lo stesso”.





“Anche
tu non sei cambiato. Ma che bella casa”. Gli si presta il letto, ci si arrangia
sul divano. Quando esce per il suo impegno, occorre già rimpolpare il frigo.
Birre e cibi pronti. Lui non ha portato niente ma ha promesso una cena la sera
prima di partire. Il ristorante lo sceglie chi è del posto. Non è una cosa di
gran gusto, ma ha i suoi risvolti pratici: forse si evitano fregature e non si
mette in imbarazzo l'ospite sottoponendolo a una spesa inadeguata
all'ospitalità che gli è stata riservata.





Nell'attesa
che l'amico riparta, si rimpiangono le comodità perdute della monogamia. Il
letto anzitutto e la rigida flessibilità dei suoi orari, i suoi personalissimi
difetti di mobile viziato. Alzarsi senza lo scrupolo di far trovare pronta la
colazione continentale. Stare in bagno per i soliti tredici minuti, ma senza
l'impressione che siano troppi. Non potersi permettere la propria riposante
trascuratezza. Costretti a far tutte le cose più in fretta o più lentamente del
solito. Tra amici, dovrebbero essere solo paranoie. Tranne una: avere perduto
la possibilità di stare in silenzio per lasciare cadere il segnale nel vuoto.
Finalmente ci si accorge di non esserne capaci, né da soli, tantomeno in
compagnia di un'altra persona. E' un jet lag esistenziale per cui l'amico
andrebbe ricoperto di baci e di doni.





Quando
i bagagli sono pronti, ci si sente un po' in colpa per quei brutti pensieri e
per non avere fatto abbastanza. Si preferisce non accompagnare l'amico alla
stazione per scansare saluti commossi. C'è reciproca comprensione: l'amico
prolunga il commiato con una passeggiata in compagnia della sua valigia.  Il treno parte dopo alcune ore.





L’immagine di copertina è di Lorenzo Rondali.


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